E poi ti ritrovi a scrivere.
Non sai neanche perché ma il bisogno è lì e lo senti.
Pensi che al mondo succedono determinate cose perché si è impotenti. Perché la vita ti scivola addosso o ti colpisce senza che tu possa farci niente.
Poi pensi a lui. Lui che se ne è andato ormai tanto tempo fa. Alla sua voglia di vivere. Al suo sorriso.
A come si è tolto la vita.
E pensi a chi come lui pensa di poter chiudere gli occhi, smettere di soffrire, smettere di soffrire davvero.
Spegnere il mondo intorno e non sentire più niente e nessuno.
Poi senti le storie che ti raccontano.
Di come alcuni ci provino. Ma chi vuol farlo davvero, lo fa e basta. Senza parole. Senza discorsi. Senza pianti. Senza rumore.
Chi lo fa lascia un vuoto immenso, colmo solo di domande non risposte. Chi lo fa lascia dei cuori infranti, e dei dolori che non smetteranno mai di far male.
E allora pensi alla preoccupazione che hai. Alla sfiducia che provi. Alla rabbia che ti sale. Al dolore che torna. Forte. Presente. Come fosse ieri.
E poi pensi, alla rabbia che provi, e a come si giochi a fare i grandi senza sapere davvero cosa significhi perdere e provare un dolore.
E ti verrebbe da menar le mani. Ma non lo fai. Perché le responsabilità non si prendono facendo le vittime. Perché se di responsabilità parliamo, e pesano, bisognerebbe tendere la mano.
Bisognerebbe afferrare il braccio, bisognerebbe spingere il corpo. Bisognerebbe mettere il problema davanti al viso e guardarlo, finché le parole non servono più a niente. Finché i sensi sono svuotati. Finché il "problema" inizia a manifestarsi per poi sgretolarsi.
E invece no. Io no. Smetti di parlare.
Ricomincio a pensare a Lui.
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