sabato 9 novembre 2013

Credo in un dio tutto mio che si preoccupa per me e protegge tutte le mie azioni. 

Credo in un dio impersonale che ha messo in moto l'universo e poi è andato a spassarsela e non sa nemmeno che esisto. 

Credo in un universo privo di dèi mosso da caos, rumore di fondo e una grande fortuna.

Elucubrazioni del sabato sera

Rileggi.
Rileggi.
Sfogli.
Rileggi.
Dio la merda che ho scritto in questi anni. E quante invece le cose che ancora oggi riescono a toccarmi.
Proprio in fondo, lì dove non avrei mai pensato di sentire ancora qualcosa.
Anche le cose cambiano.
Diventi moglie, madre. E la vita ti sembra diversa, quando invece non lo è. Te ne rendi conto. Con il tempo. Non lo è affatto. Sei te a percepire tutto con una nota differente, qualcosa che ti fa sentire un là, un acuto che rimbomba nella testa fino a farti aprire gli occhi. Ah, gli occhi. Si, quegli stessi occhi che anni indietro tentavi di tener chiusi. Non che sia un male, intendiamoci. Ma quel tenero effetto soporifero che ti fa sentire circondata dalla bambagia, quando la bambagia non sai neanche dove sia di casa.
Ma sto divagando. E stasera è un pò così.
Dopo tempo che non mi ritrovavo da queste parti a scrivere, eccola tornata. Eccola lì. La ragazzina che ha aperto il blog, lo ha riempito di stronzate, poi è cresciuta e lo ha lasciato da parte, come il diario segreto con tanto di chiave.
Lo spolvera. Lo riprende in mano, lo apre e lo sfoglia. Oh, quante serie di minchiate. E quanta verità.
A volte troppa. Così tanta che posso comprenderla solo io, ed è proprio per questo che l'ho scritta. Per poterla leggere e sbatterla sulla faccia così forte da farli aprire quegli occhi.
Continuo a divagare. Tremendo.
Ma dicevo...no, in realtà non dicevo....ma...
Avete presente il limbo? Quel pezzo di spazio in cui non sei nè carne nè pesce. Quel pezzo in cui sei lì, aspetti. Ti siedi ed aspetti. Ti guardi intorno, ma non c'è poi molto da vedere.
Poi senti il tuo nome. Qualcuno lo chiama. Qualcuno di conosciuto eh. Sai quella voce che ti continui a dire "oh, ma io questo tizio l'ho già sentito" un pò come accade con i doppiatori...ecco...esattamente quella sensazione.
Ti alzi, vai. Cammini. Continui a camminare. Il color grigio assume nuove tonalità. Ed eccolo.
Eccolo lì.
Il portone.
Devi solo spingere un pò, con forza. Spingere e riuscire ad aprirlo.
E cacchio se ci provi. E la gente che ti fissa, fa quei sorrisetti come a dire "ma come! Non ci riesci?!"
Eh, prova te a spostarlo, è pesante. E' bloccato. E' enorme. E' vecchio. E'.....è....è che si sta tanto bene qui...perché dovrei poi farmi tutta sta sbatta per uscire?
Continuo a divagare...inizio a pensare sia un serio problema.
E respiriamo allora. Le dita corrono su questi tasti come se non lo facessero da tempo...troppo.
E si è proprio così.
E non è facile fermarle quando vorrebbero dire ciò che ti passa per la testa, ma continui a metter davanti roba che non c'entra proprio niente.
Cosa passa per la testa...
Passa un pò di tutto ora come ora.
Dalla felicità della mia vita, Gaia.
Alla vita che conduco.
Alle difficoltà.
Alle felicità.
Agli amici quelli veri.
A chi pensa realmente di esserlo non essendolo affatto.
A chi fa cazzate, e a chi non riesci a dire chiaramente ciò che pensi.
A me che faccio cazzate...e non riesco a dirmi chiaramente ciò che penso.
Alla confusione che regna sovrana.
A queste parole, che rimarranno qui e che, rileggendole magari più in là, mi faranno aprire un sorriso in viso.
Un sorriso magari sincero, stavolta.

venerdì 19 ottobre 2012

Mi chiedi in quale modo io sia divenuto folle. Accadde così: Un giorno, assai prima che molti dèi fossero generati, mi svegliai da un sonno profondo e mi accorsi che erano state rubate tutte le mie maschere – le sette maschere che in sette vite avevo forgiato e indossato –, e senza maschera corsi per le vie affollate gridando: «Ladri, ladri, maledetti ladri».
Ridevano di me uomini e donne, e alcuni si precipitarono alle loro case, per paura di me.
E quando giunsi nella piazza del mercato, un giovane dal tetto di una casa gridò: «È un folle». Volsi gli occhi in alto per guardarlo; per la prima volta il sole mi baciò il volto, il mio volto nudo. Il sole baciava per la prima volta il mio viso scoperto e la mia anima avvampata d'amore per il sole, e non rimpiangevo più le maschere. E come in trance gridai: «Benedetti, benedetti i ladri che hanno rubato le maschere».Fu così che divenni folle.